A cura di Luca Fiorentino

La libertà del segno, per Giuseppe Bernardino Bison, non è solo il fondamento e la struttura della sua architettura stilistica nel campo della grafica ma necessità creativa ed ideativa.

Larga parte della sua produzione su carta rivela infatti una vera urgenza espressiva, una naturale passione per il segno (sia esso corsivo ed eseguito a penna, o fluido e apposto col pennello) che richiama ai grandi suoi predecessori: i due Tiepolo, padre e figlio.

Se da un lato infatti la linea diretta con quella tradizione è subitanea osservando i suoi fogli, d’altro canto il substrato culturale e magistrale della sua tecnica hanno radici profonde nell’intera tradizione veneta, sia essa rivolta alla pittura di figura di soggetto mitologico e sacro sia a quella della veduta in tutte la sue accezioni (compreso il capriccio architettonico)1. Gli autori a cui spesso Bison rivolse lo sguardo ed una ideale dedica furono quindi Francesco Guardi, Canaletto, Marco Ricci e Francesco Zuccarelli.

La parabola artistica che lo vide protagonista in Veneto come in Friuli, a Ferrara come a Milano (in cui risiedette dal 1831 fino alla sua scomparsa), denota uno spirito capace di interpretare in maniera personale i maestri di cui sopra si è fatta menzione. Immaginiamo dunque taccuini completamente ed accuratamente riempiti da questo instancabile artefice che venivano sempre gelosamente conservati poiché in quelle pagine Bison poneva le sue fantasie, le sue immaginazioni. Difficile trovare un disegno che sia davvero preparatorio per le sue opere finite: il maestro preferiva infatti gettare sulla carta le idee e poi rielaborarle in fasi successive.

Nel foglio che qui analizziamo sono riassunte le migliori caratteristiche del Bison disegnatore: dopo una prima e velocissima idea a matita nera, egli lavora con la penna e l’inchiostro con una frenesia creativa che trasmuta in vibrazioni segniche ora più fitte e decise ora più distanziate e leggere.

La figurazione tramite questo processo di elaborazione appare al riguardante come un mistero alchemico in cui gli elementi sono giustapposti seppur vibranti e veloci, scrivono un discorso figurativo che diviene immagine. L’acquarello non è solo colore o sfondo, l’utilizzo di questo mezzo permette all’artista di rivelare ed imprimere al segno un valore ed un timbro chiaroscurale, donando al foglio ombre cupe, mezzi toni e luci altissime per esaltare la tridimensionalità della creazione su carta2.

Il foglio potrebbe essere preparatorio per una delle molteplici decorazioni di ville che ebbe l’incarico di affrescare nella sua lunga carriera: il disegno ricorda quel tipo di veduta o capriccio architettonico che possiamo ammirare ad esempio a Villa Spineda a Breda di Piave (1792 circa), di poco anteriore alla datazione supposta per questo foglio, in cui una o più figure poste in primo piano si stagliano in contrasto con architetture e ruderi3.

1 Si vedano almeno per i dipinti e i disegni: Aldo Rizzi, Disegni del Bison, Bologna, 1976; Fabrizio Magani, G.B. Bison, Soncino (CR), 1993;

Giuseppe Bernardino Bison pittore e disegnatore, catalogo della mostra a cura di Giuseppe Bergamini, Fabrizio Magani, Giuseppe Pavanello, Udine Chiesa di San Francesco 24 ottobre 1997-15 febbraio 1998, Milano, 1997;

Giuseppe Pavanello, Alberto Craievich, Daniele D’Anza, Giuseppe Bernardino Bison, Fondazione CRTrieste, Trieste, 2012.

2 Il foglio in esame può essere messo in raffronto con quello conservato al GDS del Castello Sforzesco di Milano, 304x216 mm, firmato in basso a destra e con altri due fogli in collezione privata, pubblicati insieme al primo citato, in: Aldo Rizzi, Disegni del Bison, cit., nn. 54, 58, 64.

2 Si veda: Giuseppe Pavanello, Alberto Craievich, Daniele D’Anza, Giuseppe Bernardino Bison, cit., p. 199 e figure pp. 97-98.

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